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![]() Un luogo comune piuttosto diffuso, soprattutto in passato, ha indotto spesso a identificare, chi abusa o è dipendente da bevande alcoliche, con chi vive una vita ai margini della società. Si pensa che solo i cosiddetti clochard, o senza dimora, o comunque le persone sole possano essere soggette ai rischi determinati da un utilizzo eccessivo di alcol. In realtà la questione è diversa e, ovviamente, molto più complessa: si può diventare alcolisti anche se si ha una famiglia e un lavoro. Si tratta quindi di vedere cosa accade ai vari componenti della famiglia quando uno di loro beve. In generale si può dire che la prima cosa che si verifica è la rottura dell’equilibrio. L’equilibrio di una famiglia è determinato dalla possibilità che si adempiano, al suo interno, dei compiti specifici di carattere educativo, affettivo, economico, sociale, ecc. Nello svolgimento di questi compiti ogni membro del nucleo familiare ricopre un ruolo ben preciso, con diritti e doveri predeterminati, ma quando qualcuno beve in modo eccessivo spesso non è più in grado di svolgere il proprio ruolo, di “fare la propria parte”. Può accadere quindi che passi molto tempo fuori casa, che dedichi poche attenzioni ai propri figli, che dia luogo a pesanti litigi col partner per motivi futili, o che dilapidi gran parte del proprio stipendio nell’acquisto di alcolici e superalcolici. E’ ovvio che, affinché la famiglia continui a “funzionare” è necessario che qualcun altro si faccia carico anche di quei doveri e di quelle responsabilità che il forte bevitore non riesce più a rispettare. E’ a questo punto che l’equilibrio della famiglia si spezza, e le conseguenze possono essere le più varie e spesso le più drammatiche. L’alcolista diventa il centro dell’attenzione della famiglia. Quest’ultima nel suo complesso rimane costantemente in guardia, nel tentativo di prevedere l’imprevedibile. E così se da un lato l’alcolista diventa sempre più dipendente dai suoi familiari per una necessità di supporto emozionale, sociale e finanziario, dall’altro condiziona attraverso il suo bere ciò che gli altri dicono, fanno e pensano. I figli degli alcolisti, ad esempio, tendono a crescere più in fretta.. L’obiettivo che si pongono, ognuno con le proprie modalità, è quello di fare da collante, di evitare la definitiva rottura dell’equilibrio, la conseguente separazione dei coniugi e la dispersione della famiglia. Wegscheider – Cruse (1987) ha identificato quattro ruoli che i figli, di un genitore alcolista, tendono ad assumere:
Il partner a sua volta, marito o moglie che sia, tende a diventare super-efficiente, accollandosi anche i compiti educativi e affettivi del coniuge acolista e tentando di riparare alle eventuali difficoltà economiche che si vengono a creare. Per quanto riguarda il rapporto di coppia bisogna dire che già Freud aveva definito il rapporto tra l’alcoldipendente e la bottiglia come il prototipo del matrimonio felice, in quanto, a differenza del partner reale, la bottiglia è sempre presente, disponibile e non chiede nulla in cambio. La bottiglia si presta per tanto a rappresentare per l’alcoldipendente il partner desiderato. Con il passare del tempo l’alcoldipendente tende ad affidare sempre di più la gratificazione dei propri bisogni affettivi alla bottiglia e a staccarsi dal partner reale che a sua volta sperimenta sentimenti di solitudine, impotenza, gelosia e abbandono. Tali sensazioni sono aggravate dal frequente calo dell’interesse sessuale dell’alcoldipendente nei confronti del partner. Questo almeno è ciò che accade in linea di massima, certo poi intervengono numerose variabili quali l’età, il sesso, l’ordine di nascita dei figli e infine il fatto che l’alcolista sia la moglie/madre o il marito /padre. Ciò che invece sicuramente accade in tutti i componenti delle famiglie nelle quali c’è un membro alcolista è la comparsa di emozioni e stati d’animo negativi, come la vergogna, il senso di colpa o la sensazione di solitudine che hanno come unico effetto quello di ritardare la richiesta d’aiuto all’esterno. Chi vive con un alcolista è infatti indotto a pensare che gli altri non siano in grado di capire che cosa sta passando e tende ad assumere un atteggiamento fatalista e sfiduciato rispetto ad una possibile soluzione del problema. Nel tentativo di nascondere a vicini, parenti e colleghi quanto sta accadendo, per evitare l’imbarazzo che ne potrebbe derivare, la famiglia si ostina a mantenere un completo riserbo e a non manifestare il dolore che prova. Gli altri componenti si vergognano per le azioni commesse dal familiare alcolista e si arrabbiano con loro stessi per l’impotenza che sperimentano; raramente condividono l’uno con l’altro le emozioni vissute.
Se da un lato non dobbiamo mai dimenticare che la famiglia è protagonista, insieme al soggetto che beve, di un vero e proprio dramma, dall’altro è necessario ricordare che essa è parte in causa nel processo di cambiamento e quindi di risoluzione del problema. E’ infatti solo grazie alla forza di volontà di tutti i suoi componenti, alla loro capacità di rimettersi in gioco, di dare fiducia e, appunto, di cambiare, che si possono risolvere situazioni a volte davvero complesse. E’ fondamentale pertanto che il percorso di cura sia intrapreso non solo dal diretto interessato, ma là dove è possibile anche dal coniuge e dai figli, affinchè tutti possano non solo ricevere il sostegno adeguato, ma anche scoprire quali nuove risorse devono essere messe in gioco per realizzare il cambiamento e permettere il mantenimento di una sobrietà continuativa e di un ritrovato sano equilibrio familiare.
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